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1321
La Divina Commedia
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Composta a partire dal 1304, negli anni dell’esilio in Lunigiana e in Romagna, e pubblicata per la prima volta nel 1321, la Commedia dantesca è una delle più incredibili cattedrali di parole che un essere umano abbia mai prodotto. Un artefatto comunicativo così complesso da coniugare la poesia con le regole della metrica e la visionarietà della teologia. Un itinerarium mentis in Deum che riesce ad attraversare e a comunicare tutto il miserabile e insieme tutto il sublime che sprigionano dall’umano.
La comunicazione nella Commedia dantesca
INFERNO
La comunicazione emotiva e il ricordo (Inferno, Canto V):
L'incontro con Paolo e Francesca è un esempio toccante di come la comunicazione possa avvenire attraverso il racconto di una storia d'amore e di peccato. Le loro parole trasmettono un'intensa emozione e rendono vivido il loro dramma. Il ricordo condiviso del momento fatale ("Quando leggemmo del disiato riso...") è un atto comunicativo potente che coinvolge Dante e il lettore. La potenza del racconto è tale che Dante sviene per l’emozione.
L’influenza delle masse (Inferno, Canto X)
Dante qui incontra Farinata degli Uberti, un capo ghibellino che dominò la scena politica fiorentina. Nel dialogo con Dante, mostra ancora l’orgoglio e l’autorità di un leader che seppe comunicare con fermezza e determinazione. Appare come una figura retoricamente forte, che comunica con dignità e controllo anche se dannato.
La comunicazione dei Demoni (Inferno, Canti XXI-XXIII)
Sebbene in un contesto infernale e con intenti malevoli, i diavoli della bolgia dei barattieri dimostrano una forma di comunicazione caotica e ingannevole volta a confondere e tormentare i dannati e, in un certo senso, a mantenere l'ordine (seppur distorto) all'interno del loro regno. Le loro grida, i loro gesti e i loro discorsi sarcastici sono un modo per esercitare un'influenza sulle anime tormentate.
La comunicazione distorta e ingannevole (Inferno, Canto XXIII):
Nel cerchio degli ipocriti, Dante descrive la loro pena: indossano cappe di piombo dorato all'esterno, ma pesantissime all'interno, costretti a camminare lentamente. Questa immagine potente comunica visivamente la loro falsità: apparenza brillante che nasconde un'anima oppressa dal peso della loro ipocrisia. La comunicazione qui è non verbale e simbolica, denunciando la discrepanza tra ciò che mostrano e ciò che sono.
Il potere del linguaggio e del discorso persuasivo (Inferno, Canto XXVI)
Ulisse è il simbolo dell’oratore carismatico e dell’uomo spinto dalla sete di conoscenza. Con il celebre discorso «Fatti non foste a viver come bruti...», riesce a trascinare i suoi compagni oltre le Colonne d’Ercole, nonostante il pericolo. È un esempio di comunicazione persuasiva, capace di smuovere gli animi e condurre gli uomini verso un'impresa che però sfocia nella rovina. Dante lo condanna proprio per l'uso improprio dell'ingegno e della parola.
«"O frati," dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza."» (Inferno, XXVI, 112-120)
La comunicazione ingannevole (Inferno, Canto XXVII)
Guido da Montefeltro fu un uomo di grande astuzia e abilità oratoria, tanto da essere considerato uno dei migliori consiglieri militari del suo tempo. La sua capacità di persuadere e consigliare fu tale da influenzare le sorti di molte battaglie e decisioni politiche. Tuttavia, il suo talento comunicativo fu messo al servizio dell'inganno e della frode, come nel famoso consiglio dato a Bonifacio VIII.
«"Io fui uom d'arme, e poi mi feci frate
del cinghio d'Assisi, credendo fare
ammenda a' miei difetti; e certo era nel mio creder sicuro,
se non che 'l gran prete (male l'abbia!)
mi rimise ne le prime colpe; e come e quare,
voglio che tu m'oda e che tu ti assicuri."» (Inferno, XXVII, 67-75)
I suoi consigli ingannevoli mascherati da saggezza lo condannano tra i fraudolenti perché ha usato la sua intelligenza verbale e strategica per ingannare, influenzando negativamente il corso della storia.
PURGATORIO
La comunicazione come insegnamento e guida (Purgatorio, Canto III):
Incontrando le anime degli scomunicati, Dante si confronta con la necessità di comprendere le ragioni del loro destino. Virgilio, in questo e in molti altri canti, svolge un ruolo fondamentale di comunicatore di conoscenza e di guida, spiegando a Dante la struttura dell'aldilà e le ragioni delle pene e delle beatitudini. La comunicazione qui è didattica e volta alla crescita spirituale del protagonista.
La comunicazione attraverso i segni e le azioni (Purgatorio, Canto XXV):
In questo canto, Dante interroga Stazio sulla generazione del corpo umano e sull'infusione dell'anima. La comunicazione qui avviene attraverso la spiegazione dottrinale, ma anche attraverso la descrizione di processi quasi "meccanici" che portano alla formazione dell'essere umano. Sebbene non sia una comunicazione interpersonale diretta, è la trasmissione di una conoscenza complessa attraverso il linguaggio.
Linguaggio poetico e comunicazione letteraria (Purgatorio, Canto XXIV)
In questo canto Dante incontra il poeta Bonagiunta da Lucca, che riconosce in Dante una nuova forma di poesia, il dolce stil novo. Bonagiunta vede in Dante colui che ha portato il volgare a una nuova pienezza espressiva, un dialogo tra i rappresentanti di due differenti scuole di poetica, un passaggio di consegne e una riflessione sull’evoluzione del linguaggio.
«Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
“Donne ch’avete intelletto d’amore”» (Purgatorio, XXIV, 49-51)
PARADISO
La difficoltà di esprimere l'ineffabile (Paradiso, Canto I):
All'inizio del Paradiso, Dante si trova di fronte alla visione di Dio, un'esperienza che trascende la capacità umana di comprensione e, di conseguenza, di espressione. Questo canto è pervaso dalla consapevolezza dei limiti del linguaggio umano per descrivere ciò che ha visto.
«Trasumanar significar per verba
non si poria; però l'essemplo basti
a cui esperienza grazia serba.» (Paradiso, I, 70-72)
Qui Dante stesso riflette sull'inefficacia delle parole ("significar per verba non si poria") per rendere pienamente l'esperienza del "trasumanar", il passaggio al di là dell'umano. La comunicazione diretta si scontra con la natura trascendente del contenuto.
La comunicazione al servizio del bene (Paradiso, Canti XI e XII)
Nel Paradiso, Dante celebra le figure di due santi: San Francesco e San Domenico. Per Dante i due sono considerati grandi oratori e predicatori, le loro parole avevano il potere di redimere le anime e guidare spiritualmente le masse. I loro discorsi e insegnamenti sono visti come esempi di comunicazione divina al servizio del bene.